MADRI ORFANE DEI PROPRI FIGLI
Venerdì 13 Novembre 2009 08:02

Riportiamo di seguito le parole  di alcune madri orfane dei propri figli.  Un monito a tutti noi, perché non vengano dimenticati questi morti,  il ruolo dello Stato e dei suoi apparati, affinché ad una legalità teorica si sostituisca una legalità sostanziale.



Ricordando (in ordine di sparizione in anni recenti): Carlo, Dax, Marcello, Federico, Giuseppe, Renato, Riccardo, Aldo, Gabriele, Niki, Manuel, Stefano “Cabana”, Francesco, Stefano…
Noi madri, orfane di stato perché lo Stato ha ucciso i nostri figli, ha permesso che si facesse scempio della loro vita e della loro dignità.
Noi madri, che abbiamo visto come si può mentire, depistare, nascondere o mutilare le prove della violenza. Come si può sostenere impunemente che la vittima è un delinquente mentre chi delinque viene descritto come vittima.
Noi, che pure avendo le prove della violenza da parte di alcuni settori dello Stato abbiamo visto come lo Stato si auto assolve; come viene sospeso il diritto in piazza, in carcere o nelle caserme; come si legittima l’impunibilità di chi veste una divisa.
Noi che abbiamo dolorosamente toccato con mano il legame che unisce chi predica l'intolleranza contro chi appare debole o diverso, e chi la mette in pratica.
Noi che abbiamo visto sul piatto della bilancia la vita dei nostri figli pesare molto meno di un’automobile o una vetrina infranta.
Noi che davanti al corpo offeso dei nostri figli abbiamo detto “mai più”, ogni volta e di nuovo, inutilmente.
Noi testimoni, madri orfane dei nostri figli, chiediamo alle donne e agli uomini che ancora credono nel valore del diritto e della giustizia di testimoniare con noi, di unire le loro voci alle nostre per richiamare l’opinione pubblica di fronte alle proprie responsabilità.


Haidi Giuliani
Rosa Piro

Patrizia Moretti

Maria Ciuffi

Stefania Zuccai





 

Costituzione:  Art.13  “La libertà personale è inviolabile…E' punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”.
Art. 27 “…..L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva….Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.


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